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Per le aziende dell’indotto ex Ilva è oramai questione di sopravvivenza: se non arriveranno risorse urgenti per far fronte alla crisi di liquidità dovuta ai crediti vantati nei confronti di Acciaierie d’Italia – parliamo di circa 100 milioni di euro – sarà emergenza sociale. Lo hanno dichiarato a chiare lettere già da tempo e per molte di queste imprese il rischio è la chiusura, con il conseguente licenziamento di migliaia di unità lavorative.

La situazione, oramai gravissima, è stata nei giorni scorsi oggetto di confronto fra il Presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma, e il Presidente di Confindustria Puglia Sergio Fontana: un incontro reso urgente a causa della situazione di eccezionalità venutasi a creare e deflagrata nelle ultime settimane. I presidenti hanno preso atto, dati alla mano, di una condizione che investe un centinaio di realtà produttive che potrebbe rivelarsi non più gestibile in un arco di tempo ristretto, con conseguenze immaginabili sul fronte della tensione sociale ed eventuali ulteriori effetti non più governabili.

A parere di Confindustria Puglia e Taranto l’unica soluzione possibile rimane pertanto uno specifico provvedimento da parte di Invitalia, (Agenzia per lo sviluppo d’impresa di proprietà del Ministero dell’Economia e socio di minoranza di Adi,) in grado di assicurare la continuità del funzionamento produttivo dell’impianto siderurgico di Taranto attraverso uno stanziamento di risorse ad hoc che possa supportare lo stato di sofferenza delle aziende dell’indotto.

L’appello che Sergio Fontana e Salvatore Toma lanciano ad Invitalia si riferisce in particolare alla norma contenuta nel decreto Aiuti bis, annunciata i primi di agosto dai Ministri Giorgetti e Orlando e varata per il sostegno alla siderurgia, che prevedeva la possibilità per l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa di sottoscrivere “aumenti di capitale o diversi strumenti, comunque idonei al rafforzamento patrimoniale, anche nella forma di finanziamento soci in conto aumento di capitale, sino all’importo complessivamente non superiore a un miliardo di euro per l’anno 2022”. Parte di quelle risorse, questa l’istanza avanzata da Confindustria, potrebbero essere destinate, rendendole direttamente fruibili per le aziende, a quella platea di fornitori che oggi soffrono pesantemente l’accumularsi di crediti insoluti. Imprenditori per la gran parte già penalizzati con la crisi del 2015 (a seguito della quale persero 150 milioni di crediti riconosciuti e confluiti nello stato passivo) che vedeva quale loro interlocutore non Arcelor Mittal né Adi (non ancora subentrate) bensì Ilva in A.S. In tal modo – questa la sostanza dell’appello a Invitalia, a cui si chiede di far presto – si assicurerebbe non solo la tenuta (e in molti casi la salvezza) di queste aziende, oramai ridotte allo stremo, ma la stessa continuità dell’acciaieria, qualificata come è risaputo quale stabilimento di interesse strategico nazionale, le cui sorti sono strettamente legate a quelle dell’indotto. “La situazione è diventata surreale – dichiarano i due Presidenti – perché se per un verso si stanziano ingenti risorse per il futuro, la decarbonizzazione e il preridotto, come certifica l’ultimo decreto Aiuti Ter, per altri versi, quelli oramai sotto gli occhi di tutti, c’è una fabbrica che naviga a vista, senza alcuna certezza né prospettiva di alcun genere”.

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