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“Anche in Puglia il 2022 rischia di essere ricordato come l’annus horribilis in cui le imprese agricole lamentano la mancanza della manodopera da impiegare nella grandi raccolte stagionali. Circa un terzo della forza lavoro risulta non reperibile per assicurare i raccolti di ciliegie, pomodori, angurie e, di qui a breve, uva da tavola, olive e ortaggi autunnali. Ma domanda e offerta di lavoro in questo momento sembrano essere molto lontane, anche se il recente rinnovo del contratto di lavoro degli operai agricoli può aiutare a ridurre le distanze.

Stando ai canali ufficiali, il Made in Puglia agricolo stagionale viene raccolto per il 40% da braccia straniere. Tuttavia, alcuni dati INPS, certificano che nel 2021 gli operai agricoli con rapporto di lavoro a tempo determinato sono stati 164.550. Di questi, 34.264 sono lavoratori stranieri provenienti da Romania (8.560), Albania (6.318), Marocco (3.153), Bulgaria (2.561) e poi Centro Africa (7.800 circa) e Asiatici (2.200 circa), con circa 3 milioni e centomila giornate lavorate (nel 2020 erano state poco più di 2,7 milioni) su poco meno di 15 milioni 643mila complessivamente dichiarate. Dunque, le giornate ufficialmente svolte dalla manodopera straniera risulta essere un quinto del totale regionale. Un elemento importante per comprendere quale sia l’apporto di questi lavoratori all’economia agricola pugliese. Di difficile comprensione risulta invece quello legato all’economia sommersa.

Rispetto al 2020, i lavoratori stranieri in Puglia iscritti negli elenchi anagrafici dell’INPS, in realtà, sono aumentati di circa 1.800 unità, allorquando ne risultavano censiti 32.431 unità, in controtendenza con il dato complessivo regionale in drastica riduzione da almeno 5 anni. Infatti, si è passati da 185.573 addetti a 164.550 con una perdita netta di 19mila unità. Da una prima analisi di questi dati, è evidente che si riduce la platea dei lavoratori locali. Ma l’aumento dei lavoratori stranieri regolarmente iscritti negli elenchi anagrafici INPS possono farci ipotizzare che sia in crescita il fenomeno dell’emersione dal lavoro nero. Infatti non bisogna mai dimenticare che stime prudenti ci fanno dire che sono almeno 15mila i lavoratori stranieri presenti sul territorio pugliese ed impiegati in maniera irregolare.

Approfondendo i dati INPS evidenziano che circa il 25 per cento dei 164.550 addetti del settore agricolo, vale a dire circa 40.600 unità non raggiungono le 51 giornate, soglia fondamentale per avere accesso alle prestazioni previdenziali ed assistenziali. Un punto cruciale sul quale riflettere: se da un lato si denuncia la scarsità di manodopera, dall’altra non si comprende la ragione per la quale un quarto degli addetti “rinunci” a prestare le proprie braccia al lavoro agricolo. Non sarà forse colpa dei “salari di piazza” troppo bassi? Non sarà colpa di qualche manciata di imprenditori agricoli che, a fronte dell’emissione di regolari buste paga, con tanto di salario contrattuale, pretendono il così detto “cavallo di ritorno”, cioè quella ignobile pratica illegale per la quale bisogna restituire al datore di lavoro una parte importante della retribuzione, pena il rischio di non essere più richiamato al lavoro? Non sarà che i lavoratori stranieri, particolarmente preferiti da uno sparuto numero di imprese agricole nelle attività stagionali estive, in quanto maggiormente disposti a farsi sfruttare perché in una condizione di estremo bisogno?

Il tema non è la mancanza di manodopera. Il tema è la mancanza di lavoro buono. Prima di parlare di assenza di manodopera agricola, prima di colpevolizzare il reddito di cittadinanza e prima ancora di puntare il dito sulla mancanza di volontà al lavoro, comprendiamo quali fenomeni vanno sradicati nel sistema del mercato del lavoro agricolo e lungo tutta la filiera, quest’ultima non meno colpevole nel determinare sfruttamento spinto corredato da strumenti come il caporalato.”

Nota di Antonio Gagliardi, Segretario generale FLAI-CGIL Puglia.

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