MORI’ SU UNA GRU DELL’ILVA, IL PAPA’ DA MATTARELLA. LA LETTERA

Il 28 novembre 2012 un tornado sì abbatté su Taranto, portandosi via Francesco Zaccaria, 29 anni, lavoratore Ilva su una gru alta 30 metri. Ieri, durante la cerimonia per la Festa del lavoro al Palazzo del Quirinale, Amedeo Zaccaria, padre di Francesco, ha ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica una onorificenza in memoria di quanto accadde quel maledetto giorno. Grande la commozione dei familiari di Francesco e soprattutto di Amedeo Zaccaria che con una lunga lettera che ha consegnato al presidente Sergio Mattarella, ha raccontato il suo dolore per la perdita del figlio e per tutto ciò che ne consegue ancora oggi. “Illustrissimo Sig. Presidente, se sta leggendo queste righe è perché ho trovato il coraggio di consegnarLe questa missiva immaginando Lei, come un padre in pantofole attorniato dai propri figli e non come una importante figura istituzionale. Sicuramente come me avrebbe dato la vita per quella di suo figlio e trovare il coraggio di consegnarle queste righe da leggere, è il minimo che posso fare per il mio Francesco. Sono consapevole, che è un privilegio ricevere questa onorificenza in memoria di mio figlio e la ringrazio dal profondo del cuore. Con la Sua presenza e disponibilità ho sentito la vicinanza di tutto il paese e questo da conforto alla mia famiglia”. Zaccaria ha voluto specificare alcuni passaggi che rendono ancora oggi la sua vita un inferno. “Lei può comprendere il nostro dolore ma anche la rabbia che ci dà la forza di lottare come Lei contro il male, perché la violenza di qualsiasi natura essa sia è pur sempre il male.
Prima di continuare desidero e mi consenta di dire, necessario ai fini tecnici, di mettere in evidenza alcuni punti: io sono un tecnico manutentore, prima di tutti ho capito cosa poteva essere successo quel giorno, altro che evento eccezionale! E i fatti mi hanno dato ragione, le riporto per intenderci uno dei tanti passaggi da brivido scritti dal CTU della procura di Taranto “Se la trave di finecorsa fosse stata come da progetto la cabina non sarebbe precipitata a mare”. La cabina! Una gabbia nel cui interno si trovava Francesco, del peso di dodici quintali precipitata da sessanta metri con un impatto violentissimo sull’acqua per poi scomparire a trenta metri di profondità e come se non bastasse sprofondare nella melma accumulatasi sul fondo dopo tanti anni di attività davanti a quella banchina. Sig. Presidente quelle gru quando sono state costruite nel 1973 erano “antiuragano “, comprese le sicurezze per gli operatori. In quanto, in caso di improvviso evento atmosferico avverso, i gruisti non avendo possibilità di evacuazione rapida e per la verità neanche lenta, avrebbero, le stesse macchine, dovuto garantire con le sicurezze di bordo la vita degli operatori, infatti oltre quella trave di fine corsa, in caso di incidente, c’è solo la morte e le lascio immaginare quello che ha passato mio figlio in quegli istanti. Ma la corsa al profitto ha fatto dimenticare questo piccolo “DETTAGLIO” per cui nel 1983 (anno in cui mentre Francesco nasceva, qualcuno scriveva il suo destino) quando sono stati eseguiti dei lavori su queste macchine, si è pensato bene che per guadagnare tempo sugli stessi sarebbe bastato sorvolare su qualche “PICCOLO PARTICOLARE” che riguardava la sicurezza. Pertanto la gru o meglio le sicurezze non sono state riportate come in origine. Per cui quella trave di finecorsa “dormiente fuori norma” nel momento in cui avrebbe dovuto fare il proprio dovere non l’ha fatto ed io ho perso mio Figlio. Mi preme aggiungere che tutto è confermato dal fatto che sull’altra macchina dove non è stata apportata alcuna modifica la trave originale ha salvato la vita ai due operatori che erano a bordo della cabina per l’appunto bloccandola senza farla precipitare in mare. Oltre questa trave c’era anche un dispositivo antiuragano che i gruisti dovevano inserire, ma nessuno lo sapeva quindi uno dei capi di imputazione è “mancata preparazione degli operatori” Troppo semplice Sig. Presidente. Perché il bello è, che se anche Francesco avesse saputo di questo dispositivo non avrebbe potuto inserirlo in quanto lo stesso su quella macchina era stato rimosso. Il luogo di lavoro non è un territorio ostile dove nulla è prevedibile, c’è tutto il tempo per prevenire, investire sulla sicurezza e su impianti obsoleti e addirittura come le ho descritto qualcuno modifica e/o elimina i dispositivi per trarne vantaggi economici nel tempo.
Anche perché l’esigenza della sicurezza sui luoghi di lavoro ha fatto lievitare i costi dello stesso, ma solo in minima parte questi introiti vengono reinvestiti, la restante parte finisce nei soliti extraprofitti. Infatti nei profitti miliardari dei Riva ci sono anche i soldi che avrebbero potuto salvare la vita di Francesco e tanti altri giovani, lo stesso dicasi per altre aziende”. Anche questo è 1 maggio.

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